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MARIE LANGER, IL CORPO DELLE DONNE

il filo di una ricerca continua che si inabissa nel mistero della vita

Paola Scalari

Dovetti imparare la psicoanalisi perché facevo la psicoanalista (Marie Langer)

 

Rendere vivo ed attuale il pensiero di Marie Langer, fin dalla riedizioni nel 2022 del suo testo “Maternità e Sesso, studio psicoanalitico e psicosomatico”1, mi è parsa una buona possibilità per affrontare il tema complesso, oggi più di ieri, dell’evolversi del corpo femminile.

Un corpo che vive mutazioni sorprendenti durante la sua crescita, che deve fare i conti con il ventre materno che l’ha generato e che dovrebbe, a sua volta, poter dare alla luce un bambino.

Il paragone tra madre e figlia è perciò serrato ed inevitabile. Il mondo interno ne viene segnato, alle volte irrimediabilmente. Ma se pensiamo alle classiche favole che raccontano di madri abbandoniche e di matrigne rivali lo sappiamo da sempre. Tra madre e figlia si può determinare una competizione patologica. Alle volte è una problematica visibile, molte volte invece è invisibile. Si insedia nell’inconscio e manda segnali che, se non decifrati, colpiscono le aree psicosessuali del corpo.

Dice la Langer a proposito dei miti e delle favole che l’antropofagico è sempre appannaggio della madre. Questa inquietante metafora della madre divorante credo venga rappresentata in tanti modi nel mondo interno onirico di ogni nostro paziente. Langer ce ne parla attraverso vari miti, favole, racconti di altri popoli. In Tantalo è il padre che uccide il figlio, ma è Cerere, la madre, che completa il crimine e mangia quell’orribile piatto. O in Biancaneve troviamo una matrigna che vuole far uccidere la bella principessa e mangiarne il cuore.

Nelle isole Marchesi le donne incinte temono le vehinihai o donne selvagge che fanno sparire il feto dall’utero delle madri o mangiano i loro bambini.
Da tutto questo si può dedurre che la bambina, una volta adulta, quando aspetta il proprio figlio teme la vendetta della madre.

La liberazione esterna, anche determinata e provocatoria, dunque nulla a che fare con la libertà interiore che può essere offerta solamente da una elaborazione analitica della figura della madre schiacciante, attaccante, spaventosa, divoratrice, persecutoria che la bambina patisce nella sua storia intrapsichica a partire dalla sua dipendenza affettiva.

Una madre divorante che è spesso rafforzata da un padre assente, mancante, inavvicinabile.
Una mamma che si insedia come un giudice implacabile nella rappresentazione del gruppo familiare con alle spalle un padre rafforzante e un Sè-figlio alla disperata ricerca di protezione.

E i disturbi psicosomatici, spesso legati alle difficoltà procreative, sono i segnali più angoscianti per ogni femmina vittima di questa sua atavica paura della figura materna.
Lo sviluppo identitario della donna, pertanto, si dipana tra adesioni acritiche e divergenze profonde con la propria madre amata ed odiata. Sono queste delle identificazioni massicce che possono trasformarsi in un discorso espresso con il corpo attraverso i diversi disturbi dell’apparato genitale femminile.

Sappiamo che il sintomo sta al posto del discorso perciò possiamo ritenere, senza alcuno sforzo, che lo sviluppo pubere bloccato, le mestruazioni dolorose, la paura della deflorazione, la frigidità cronica e la difficoltà a concepire un figlio per poi allattarlo e crescerlo fanno parte di questo parlare muto, silenzioso, criptico.

La psicoanalisi, per sua vocazione, dà parola al non detto e perciò riteniamo che sia lo strumento migliore per modificare il sintomo. La mancata rappresentazione diviene quindi narrazione che comunica il conflitto. L’interpretazione del sintomo, poco a poco, lo rende inutile ed esso scompare. Possiamo quindi, attraverso le associazioni libere, far emergere i contenuti inconsci collegandoli alla relazione con i genitori per arrivare a sciogliere i sintomi nevrotici. Vi rimando alla tabella a pagina 166 del testo Maternità e Sesso che ben riassume questi passaggi.

Pratichiamo l’analisi dunque per trasformare ciò che il corpo narra in un discorso veicolato dal pensiero e dalla parola.
Marie Langer nel suo libro ci porta dentro alla stanza d’analisi e cerca di accompagnarci nella ricostruzione del senso delle comunicazioni della paziente. Ed è così che scopriamo che ogni segmento narrativo contiene un significato e perciò assistiamo a come svelando i temi edipici, i contenuti della scena primaria, le aree conflittuali, le fissazioni, i dinieghi possiamo liberare la mente dalle sue paure.

Il significato quindi della femminilità oggi ci interroga per le tante trasformazioni che ha subito la sua rappresentazione.
Il menarca che tappa è nell’evoluzione della ragazza pubere disinvolta e disinibita del terzo millennio?

Le mestruazioni rimangono un tabù nonostante la pubblicità esplicita che vari produttori immettono nel mercato?
La frigidità che cause ha nella vita di una donna vista la libertà sessuale che le ragazze attualmente si concedono?

Un breve flash.

Lina è una giovane donna separata da anni dal marito ed è madre di due figli. Arriva da me per la rabbia violenta che le provoca la figlia maggiore che la critica aspramente per la sua assenza, per la poca affettuosità, per la mancanza di attenzioni. Un aneddoto. La piccola di nove anni frequenta il Centro Estivo del Paese poiché Lina è un’importante manager e non può badare ai suoi bambini. La figlioletta, una dolce bimba tutta frivolezze, a differenza della madre mascolina, vi si reca in bicicletta da sola portandosi appresso il fratellino che ha due anni in meno di lei. Lina afferma convinta: “Se per strada succede qualcosa e muoiono vuol dire che era destino”.

Risparmiandovi anni di lavoro per recuperare un senso materno vi faccio presente che Lina nel tempo dell’analisi ha altri tre uomini, ma non ha mai provato l’orgasmo e di questo se ne rammarica molto. Conosce la sensazione che dà poiché lo ottiene masturbandosi con regolarità e godendo soprattutto attraverso fantasie di scene dove subisce una violenza sessuale. Emerge però, piano piano, attraverso la parola “vergogna”, con cui la madre l’apostrofava ogniqualvolta faceva qualcosa che veniva ritenuto sbagliato, la sua paura di essere derisa, invisa, allontanata, considerata peccatrice. La vergogna di provare piacere le fa raccontare come l’orgasmo durante il rapporto sessuale si faccia avanti come un’ondata che lei però blocca impedendole di raggiungerla. Sarà dopo anni di lavoro che appare il sogno della madre che la guarda, disapprovandola, dalla finestra mentre lei ha un rapporto sessuale in giardino. Amplesso che si conclude con un orgasmo potente. E così si renderà palese come la madre interna la guardi e la critichi, ma anche come possa stare

fuori da quella “casa–madre” che l’ha condannata per ogni piacere. Lo sapevamo già ovviamente sia dal racconto storico di una madre bigotta che puniva la figlia corporalmente se si comportava in modo inadeguato, sia dal vissuto transferale per il quale se saltava una seduta temeva la punissi. Ma Lina sosteneva di non provare più nessuna subordinazione verso la madre e mi teneva testa duramente quando, saltando la seduta, gliela facevo ugualmente pagare.

Lina la ribelle dunque che paura non ha. Lina infatti giovanissima se ne andrà in Australia e, rientrata in Italia, non tornerà più nella casa familiare. Uscendo di casa in partenza per il Continente australe chiederà alla madre di procurarle una scatola di pillole del giorno dopo a protezione di eventuali stupri. Insomma magari provoca, ma anche rassicura, la mamma dicendo che farà sesso solo contro la sua volontà.

E così abbiamo intravisto la ricaduta sulla prole di una cattiva identificazione con la propria madre, la rabbia verso i figli e l’impossibilità, alle volte, di metterli al mondo, allattarli e, sempre, di occuparsene.
Sarà questo il filo rosso che coniuga tutti i momenti critici dell’evoluzione della bambina verso il suo essere donna, madre e anziana signora.

Attraversiamo in questo seminario dunque questi passaggi seguendo il pensiero di Marie Langer, una donna del novecento tenace quanto rivoluzionaria.
Langer era ebrea, medico, psicoanalista, comunista e fece l’esperienza di divenire mamma con una madre per lei disfunzionale.

Questa psicoanalista “per caso”, in quanto si avvicina alla formazione in questo campo più per una via che era obbligatoria per i medici negli anni della persecuzione razziale, esplora il pianeta femminile con uno sguardo limpido quanto profondo. Direi che la sua è una psicoanalisi disincantata, scevra da ogni asservimento, libera di spaziare nel mondo intrapsichico delle sue pazienti.

Il mio pensiero è che la sua storia si intrecci in maniera davvero produttiva con la sua capacità di dare uno sguardo al di là di ogni stereotipia.
Lei che fu la diversa in casa, a scuola, nell’amore, nello studio, nella politica. Era e sarà sempre una rivoluzionaria.

Lei che fu una femminista travagliata con una madre intelligente, volitiva e forte, ma adeguata al suo tempo, la signora come la Langer la chiama. Era e sarà sempre una ribelle.
Langer mai volle essere la signora e quindi optò per la militante.

Marxismo, comunismo, femminismo in lei si compenetrano e la rendono una psicoanalista con una sorprendente capacità clinica. Vedeva infatti oltre, sempre.
Fu perciò schierata dalla parte delle donne e con esse dei più vulnerabili, deboli ed emarginati che voleva liberare dalla falsa morale borghese del primo novecento e da ogni ingiustizia sociale.

Sognò una psicoanalisi libera e per tutti. Praticò una psicoterapia analitica fuori dalle righe del compiacimento freudiano e sempre a favore dei più umili. Testimoniò con la sua vita che si poteva sempre riiniziare anche quando tutto pareva perso, smarrito, distrutto.
Da lei dunque oggi possiamo imparare ancora molto sia che la guardiamo come professionista sia che la osserviamo come donna nella sua vita privata.

Della sua visione del femminile mi occuperò in questo seminario mettendo qualche seme per la riflessione comune. Perchè?
Attualmente il corpo femminile è oggetto di infinite manipolazioni. Vediamo infatti violentare il corpo femminile con terribili operazioni estetiche o violare il suo utero per rendere fecondo il suo ventre che invece si rifiuta di procreare.

Il nostro discorrere sarà inframmezzato da brevi scene prese dalla stanza d’analisi poiché credo che la narrazione della vita delle donne e degli uomini che conosciamo nella nostra vita professionale ci possa arricchire più di ogni altra dissertazione. Se poi dalla clinica sappiamo trarre metafore teoriche meglio poiché esse si fissano come pentagrammi dentro ai quali muoverci.

Entriamo nel mio studio

Conosco Loredana quando, nei primi anni ottanta, mi chiede aiuto dopo essersi lasciata con il marito e aver chiesto l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota. Il percorso è massacrante e pieno di interrogatori pruriginosi e insidiosi. I conflitti familiari intanto sono per lei devastanti. Le immagini che mi trasmette sono quelle di sua madre che prega e piange per il dramma accaduto, di suo padre che, chiuso nel suo dolore, non le parla più e di un fratello che la prende in giro. Loredana se ne sta a letto e vuole morire. Si taglia le braccia e le cosce e, nelle notti invernali, si siede seminuda nel terrazzino di casa per sentire il suo corpo penetrato dal freddo gelido e umido. Feci con lei una psicoterapia che andò bene.

Anni ed anni dopo Loredana, divenuta psicologa, torna da me privatamente poiché avevo lasciato il Servizio. Ha un altro uomo con cui non riesce a procreare. Dice Loredana: “Sono in lutto per 30 bambini non nati”. Non so se questo corrisponda davvero a delle inseminazioni senza limiti o degli embrioni congelati. Ricordo il dramma del fluido rosso che cola tra le gambe a sottolineare che nulla è accaduto. Rammento i test positivi che poi finivano in aborti spontanei con fuoriuscite di grumi color marroncino rossastro che sparivano dentro al water di casa. E al sangue seguivano lacrime, lacrime, lacrime. So che dovrò occuparmi in una lunga analisi di questi esserini che popolano la sua mente accusandola di non saper fare nulla. Accusa ovviamente che la madre le faceva in continuazione. Senso di abbandono che più volte la porta a pensare continuamente e agire indirettamente il suicidio. Ricordo un episodio devastante in cui Loredana ha perso i due mici di casa che, usciti dal balcone dell’abbaino, non hanno fatto rientro. Vaga per le calli tutta la notte chiamandoli tra le lacrime. Urla nella scura, fredda ed umida notte veneziana: “Perché non mi volete bene? Perché non tornate da me? Perché ve ne siete andati?”. In seduta compare poi tutta la sua colpa di perdere i “figli-mici” perché è una donna inutile e incapace di tenere chicchessia legato a lei.

Il corpo dunque parla una lingua che deve un tributo enorme al dover essere bello, perfetto, ammirabile e fecondo.
Il fisico si ribella a tutto questa medicalizzazione estetica e procreativa irrigidendo i lineamenti in tetre maschere omologanti e blocca la fecondazione in incontri impossibili tra spermatozoi definiti stanchi e ovuli ritenuti poco ospitali.

Un confine identitario forzato diviene impersonale.
Il corpo è divenuto merce di scambio esibita e promossa nei social.

In questo seminario, partendo da chi ha fatto della sua vita stessa la ricerca di una risposta al motivo per cui la donna attacca il suo stesso corpo, cercheremo delle piste di lavoro clinico che ci aiutino a fare il punto sullo sviluppo sessuale attuale.

Fa dunque da apripista Marie Langer detta Mimi, così come la chiamavano a casa, ma anche come lei si fece chiamare assumendo questo diminuitivo nel periodo della sua clandestinità dovuta alla sua adesione al partito comunista austriaco.

Marie Langer dà un contributo prezioso per leggere in chiave psicosomatica e psicoanalitica come prenderci cura del corpo femminile reso fragile da identificazioni

materne contraddittorie, legittimato apparentemente nella sua dimensione erotica dalla contraccezione, affermato nella sua potenzialità di procreare da concepimenti medicalmente assistiti.
Il sesso, liberato dalla contestazione femminista degli anni settanta, ora è divenuto troppo spesso puro esercizio fisico di scarica. Il motivo di questo declino del corpo erotico, desiderante, misterioso, sacrale dobbiamo scoprirlo noi. Oggi ci proviamo tutti assieme sollecitati dal pensiero di Marie Langer.

Ho conosciuto questa psicoanalista argentina quando, lei molto anziana ed io molto giovane, condividemmo una formazione dedicata ai Consultori Familiari di una cittadina del Veneto. Mi colpirono molto il suo sguardo acuto, la sua curiosità vivace, la sua dissertazione limpida. E quando la sentii apprezzare come avevo coordinato il gruppo di discussione, pensate in sua presenza, - beata l’ingenuità e la temerarietà dei giovani - mi avvicinai al suo pensiero.

Lessi Maternità e Sesso, ne rimasi folgorata.
Rimasi affascinata anche alla sua personalità che, grazie alla comune amicizia con Maria Elena Petrilli, conobbi bene perché veniva ogni anno regolarmente in Italia. Le piaceva dialogare con Franco Basaglia. La incuriosiva lavorare con gli operatori che si occupavano di donne. Si sentiva lusingata e responsabile di lasciare a noi giovani psicologhe una sua testimonianza.
Mimi, semplice quanto arguta, attenta all’altro quanto generosa era una passionaria che o amavi o evitavi. Io l’amai e l’amo.
Spero succeda anche a voi attraverso la sua biografia “Frammenti di un’autobiografia -la neutralità impossibile dello psicoanalista”2 a cura di Maria Elena Petrilli e soprattutto “Maternità e sesso” di cui ho curato assieme alla collega Aurelia Galletti3 la presentazione nella nuova edizione.

Iniziamo cercando di capire chi era questa donna che andò da Vienna a Managua, come recita il sottotitolo della versione inglese della sua Autobiografia.

Nata nel 1910 in una famiglia ebrea, abbracciò il pensiero marxista e per tutta la sua vita cercò di coniugare nella sua dimensione professionale queste sue diverse anime. Per questo, con arguzia, si avvicinò a colleghi capaci di rispettarla e tenerla in considerazione. Teniamo conto cosa significasse essere donna allora. In quegli anni scrisse con Grinberg e Rodriguè “Psicoterapia del grupo”. Ma attinse anche dall’esperienza di Enrique Pichon Riviere che, ideando la tecnica e la concezione del gruppo operativo, la stimolò non solo a lavorare con i gruppi, ma anche a trattare la psicosi gruppalmente permettendo a Marie Langer di raggiungere così più persone contemporaneamente e senza un particolare dispendio economico. I pazienti meno abbienti erano sempre nella sua mente e nella sua operosità. E il lavoro in gruppo permetteva la comprensione di se stessi al maggior numero possibile di pazienti.

La psicoanalisi argentina si contraddistingue proprio per il suo valore sociale e questa visione certamente collimava con il bisogno di Marie Langer di aiutare i meno abbienti, gli emarginati, i poveri, gli invisibili.

Credo infatti che questa attenzione sia una dimensione specifica della psicoanalisi latino americana a partire dal fondatore dalla società psicoanalitica argentina Garma, ma soprattutto del suo socio fondatore Enrique Pichon Riviere e dei suoi due allievi Josè Bleger e Armando Bauleo.

Era quindi il 1942 quando Langer, allora trentaduenne, si unì ai colleghi, tutti maschi, per fondare l’APA.

Vedremo negli anni successivi come molti psicoanalisti di questo atto fondativo si vadano allontanando dall’APA ogniqualvolta ne sentano venir meno lo spirito marxista, democratico, sociale. Anche la Langer fu tra loro. Ma mi piace qui ricordare il mio maestro Armando Bauleo che fu analizzato e quindi “figlio analitico” proprio di Marie Langer. Nell’asse ereditario analitico quindi io sono una “nipote” di questa analista. Per tutta la mia famiglia analitica quindi l’impegno professionale non poteva essere disgiunto dall’impegno politico. Tanto che insieme fondarono una associazione contro il regime psicoanalitico “Plataforma”. La speranza era di modificare l’ideologia psicoanalitica ritenuta una disciplina la cui formazione era costosissima e settaria. Combatterono la psicoanalisi d’élite fino alla fine dei loro giorni lasciando a noi, loro allievi, il compito etico di continuare a “militare”, seppure oggi diventi sempre più complesso istituzionalmente portare avanti questa visione umanitaria, sociale, ugualitaria della cura alla portata di tutti. Ma durante il nazismo era forse facile essere dei comunisti?O era semplice essere marxisti e psicoanalisti durante il regime repressivo di Videla?

Langer ci mostra tutti i pericoli in cui si incorreva e i divieti che venivano posti. Nella sua analisi con Sterba questo clima paranoide la portò a dover interrompere il suo percorso in quanto lei era comunista. E non fu facile essere di sinistra nemmeno durante la dittatura argentina, Paese che la ospitò dopo l’esilio dall’Austria.

Sempre dovette emigrare per non essere uccisa.
Quindi i nostri maestri non hanno avuto vite facili per testimoniare il loro pensiero. Credo quindi che anche noi, se vogliamo, possiamo farlo.

Intanto indagando alcuni interrogativi.
Perché la psicoterapia analitica oggi è bandita -o quasi- dai servizi pubblici? Per stessa scelta dei professionisti? Ma da dove nasce questa loro defezione?
La psicoanalisi può essere troppo rivoluzionaria in quanto insegna a pensare?
La mia idea è che nei servizi si sia preferito abbracciare una psicologia non del profondo, e per questo spesso non risolutiva, piuttosto che una psicoanalisi democratica presente in maniera diffusa anche nella promozione della salute dei cittadini.
Si va privilegiando una psicoterapia sui sintomi tendendo a modificare i comportamenti.
Si vanno preferendo i farmaci alla psicoterapia per fare in fretta e senza mettersi in discussione.
Se dal 1987 al 2001 nella città di Venezia ho potuto applicare il pensiero psicoanalitico in un Progetto definito Età Evolutiva che aveva come finalità l’intercettazione precoce del disagio dei bambini e delle loro famiglie oltre che delle figure educative, oggi tutto questo è sparito. Un progetto, come dice Josè Bleger, di prevenzione che era diffuso là dove la gente vive prima che si ammali. Ma a lavorare con la comunità me lo aveva insegnato la psicoanalisi argentina. E in altre forme continuo a diffondere un pensiero dove prassi e ricerca si fondino. Si veda a questo proposito il mio ultimo lavoro “Ridisegnare la bussola educativa, gli effetti del trauma pandemico nei bambini e nei ragazzi” 4 nel quale, attraverso gruppi di discussione aperti in tutta Italia, ho raccolto i dati sulla sofferenza relazionale vissuta dai minori d’età.
Il lavoro con i gruppi è infatti la via maestra che anche Langer mi ha indicato.

La visione rivoluzionaria della psicoanalisi infatti ha avvicinato anche me a questa teoria e tecnica poiché in Argentina vi è un filone dentro al quale la lettura del latente è impostata in maniera democratica. I miei punti di riferimento teorico Enrique Pichon Riviere, Josè Bleger e Armando Bauleo mi hanno reso naturale allora l’incontro teorico, esperenziale ed umano con Marie Langer. C’era sintonia tra noi o forse è più giusto dire tra lei, che era amica e collega dei miei maestri, e me che iniziavo ad esserne allieva.

Mi avvicinai così a Maternità e Sesso scritto da Langer nel 1951 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1981 con la presentazione di Giorgio Sacerdoti. È un testo imprescindibile per chi si interessa delle problematiche femminili. Ma oggi non solo del corpo della donna poiché ad ogni lettura del femminile è complementare una visione maschile. E perciò la vera essenza del discorso sta nell’asse generazionale madre-figlia, ma anche in quello di genere uomo-donna. Nella sua Autobiografia oltre all’importanza nella sua formazione della sua problematica relazione con la madre troviamo più immagini del padre e dei suoi tanti uomini amati e lasciati, incontrati e persi. La sua relazione con il femminile è quindi l’asse portante, ma la sua ricerca dell’incontro con il maschile ne è complementare.

Il percorso compiuto da Langer per arrivare a questa pietra miliare del pensiero psicosomatico in chiave analitica della trasformazione del corpo femminile allora viene da lontano.

Marie aveva frequentato un liceo diretto da una femminista che aveva fatto l’Università a Zurigo nella prima facoltà europea che ammetteva le donne. Marie ci regala un aneddoto che io uso tutt’ora con le giovani pazienti, ma anche con le donne adulte quando usano le mestruazioni o la menopausa per cercare giustificazioni al loro nervosismo, depressione, mal stare. Marie a scuola aveva usato questa scusa per sottrarsi ad un impegno e la direttrice le aveva detto di non usare mai più l’argomento di essere donna se voleva lavorare e studiare. D’altra parte la madre non era tanto contenta che la figlia frequentasse questa scuola socialdemocratica ed era convinta che il carattere impetuoso della ragazza, sua terzogenita, desiderata sperando fosse un maschio, fosse causato da questa educazione. La contrapposizione tra Marie e sua madre percorre tutta la sua Autobiografia e forse è la prima motivazione, quella più profonda, che la porta a studiare il mondo femminile.

La madre di Marie era una donna dei suoi tempi, una signora che gestiva la casa, ma anche una donna generosa e capace che, al bisogno, si era saputa prodigare per aiutare i bambini rifugiati che scappavano dal fronte russo. Per poi però ritornare a fare la padrona di casa poiché questo era chiesto alle mogli. E Marie invece mai volle saper fare quello che faceva la madre, compreso guidare con destrezza l’automobile. L’incontro infatti tra la Langer e Petrilli avviene perché la giovane Maria Elena si presta a fare da autista alla collega Marie che vuole visitare alcuni luoghi del Messico e non può farlo se non la si accompagna guidando l’automobile in vece sua.

L’identificazione con la madre quindi era negativa e il suo impegno fu quello di liberare le donne da tutte le funzioni subordinate. Perciò si appoggiò al padre che invece la spinse a studiare e divenire medico.
Nella sua Autobiografia Langer dedica molte pagine alla madre e alle donne della sua epoca. Un elemento fondamentale è la doppia morale che da una parte le vede “recitare” la parte di mogli della medio-alta borghesia e dall’altra le vede scostumate libertine. Lei stessa si chiede ripetutamente se era figlia dell’amante o del marito della madre. Si appiglia alla somiglianza con il padre per darsi una sua risposta mentre la madre, che probabilmente non sapeva con chi l’avesse concepita, ci scherzava spesso sopra. Il tema

del sesso quindi è un tema caldo per la piccola e giovane Marie e la repressione effettuata su ogni suo interrogativo la porta a dargli una particolare importanza e probabilmente ad avvicinarla alla psicoanalisi che in quegli anni tratta molte donne represse e perciò isteriche. Nella Vienna borghese dunque cerca la sua identità sessuale e la possibilità di viverla senza sensi di colpa. Ragazza volitiva e curiosa si sposa ancor prima di terminare il liceo suscitando un gran scalpore. Divorzia da questo primo marito dopo tre anni perché ha iniziato una nuova relazione. Ma sarà Max Langer il compagno della sua vita. Da lui ha una prima figlia vissuta solamente pochi giorni dopo un parto precoce a Nizza mentre con il compagno cercava finanziamenti per la guerra civile in corso in Spagna. Tale perdita perinatale le lasciò dentro una tristezza infinita. Verranno poi alla luce in Argentina altre figlie. Ma la morte della primogenita segna probabilmente la sua sofferenza e i suoi interrogativi sulla procreazione.

La politica e la storia personale si alternano quindi tra figura e sfondo definendo la sua identità specifica. La vediamo fare il medico nella guerra di Spagna, la ritroviamo accanto alla Pasionaria scoprire le potenzialità del femminile, la seguiamo nei Paesi dell’America Latina, la riscopriamo legata all’Europa. E quindi impegno rivoluzionario ed applicazione della psicoanalisi si fondono in una militanza continuativa.

Il destino perciò le riserva una vita “nomade”.
In “Frammenti di un’autobiografia” dice infatti: “Ho trascorso la mia infanzia in Austria, la mia età adulta in Argentina e sto trascorrendo la mia vecchiaia in Messico”.
In quanto ebrea non potè infatti rimanere in Europa e in quanto comunista dovette andarsene dall’Argentina nella quale era arrivata dopo una fuga dal regima nazista passando per l’ Uruguay. Lei voleva andare in Messico, ma i visti non arrivarono in tempo. La ritroveremo in Messico nel 1974 quando, esule dall’Argentina della dittatura che proibiva l’insegnamento della psicologia e perseguitava chi avvelenava gli animi con la psicoanalisi e il marxismo, scelse di avvicinarsi alla figlia e al destino che la voleva da sempre in quel Paese.
Ma il “Grande Progetto” che la entusiasmò lo fondò nel 1981 in Nicaragua. Fu lì che potè sperimentare gli strumenti psicoterapeutici affinati da una vita. Fu lì che sentì rinascere la passione per una psicoanalisi sociale. Il Nicaragua fu il suo grande laboratorio gruppale. Luogo elettivo dove elaborare il dolore per le perdite, l’odio represso che si alterna ambivalentemente all’amore e spazio dove sperimentare un senso di appartenenza e di solidarietà.
Torna quindi lo strumento gruppale come dispositivo democratico per una cura psicoanalitica. Certamente il modello della Langer si discosta tecnicamente dal modello del gruppo operativo di Pichon Riviere, Bleger e Bauleo con cui mi sono formata, ma rimane fedele ad alcuni principi. Vediamo che in comune hanno la centralità gestaltica del gruppo e l’interpretazione analitica degli emergenti del processo dinamico. Perciò la teoria e la tecnica si fondano sull’analisi dell’inconscio, là dove la sessualità ha un valore fondante nella costruzione identitaria. E la lettura analitica avviene attraverso il transfert e il controtransfert. Possiamo dire che questi psicoanalisti, per altro tutti collegati tra di loro, sono dei punti di riferimento anche oggi. Teniamo inoltre conto che i coniugi Baranger furono analisti didatti della Società analitica argentina e fondarono le basi di una teoria del campo partendo dalla nozione di gruppo. L’influenza di Bion che frequentava l’America latina e del pensiero degli psicoanalisti argentini su Bion non ci è dato del tutto sapere. Ma sappiamo che i contagi passano di là. Per fare alcuni nomi Leon Grinberg, Emilio Rodriguè e Aberastury appartenenti all’APA si formarono con gli psicoanalisti inglesi soggiornando per lunghi periodi a Londra. Tra Europa e America Latina il via vai è infatti intenso attraverso scambi personali, riunioni ufficiali e amicali, congressi e seminari di qua e di là dell’Oceano. Mi sono sempre chiesta se la lettura e la conoscenza dello psicoanalista ungherese di grande cultura e apertura verso altre discipline Sandor Ferenczi abbia influito

sul loro denominatore comune. Ma sappiamo che questo grande psicoanalista non era nominabile in quanto etichettato negativamente come pazzo. Eppure il pensiero di Ferenczi illumina un po’ tutti gli psicoanalisti da noi molto più conosciuti, studiati e citati. A piene mani vi attinge Winicott, ma anche Bion e sicuramente la psicoanalisi argentina ne fu nutrita. Eppure questo mai si riconosce. Forse come con Langer sono Autori che nel terzo millennio possiamo riincontrare, studiare, riprendere perché le loro diatribe politiche, storiche, relazionali con la psicoanalisi ufficiale ci fanno meno paura, anzi oggi ci sono necessarie per portare avanti la metodologia psicoanalitica che garantisce una visione che scava nel profondo, che non guarisce, ma rende consapevoli, che non suggestiona, ma libera la mente.

L’esilio dovuto alla dittatura argentina negli anni ‘80 ha permesso a noi, allora giovani psicologi, di imparare da tutti loro. Molti colleghi argentini anche dopo che finì la dittatura continuarono a passare la vita in inverno, cioè andando di qua e di là del Mondo seguendo i calendari lavorativi dei diversi Paesi dei due Continenti.

Ben più di una quindicina di anni fa in Italia ho iniziato ad organizzare e coordinare i seminari e le intensive per l’apprendimento della concezione del Gruppo Operativo con Marta de Brasi psicoanalista argentina e compagna di Armando Bauleo per poi continuare ora con Rodolfo Picciulin, mio collega che fu docente dell’Istituto Psicoanalitico Sociale Analitico aperto sotto la direzione di Bauleo come scuola di formazione psicoanalitica gruppale in Italia.

Leggere dunque le diverse contaminazioni di pensiero non è semplice. Ma sappiamo che sono avvenute e che hanno coniugato strettamente un modo diverso di fare psicoanalisi.

Avventuriamoci ora che abbiamo messo qualche tassello storico al pensiero di Marie Langer dentro al suo prezioso contributo sul pianeta donna, cioè sul continente oscuro come lo chiamava Freud.
Guardiamo allora all’indice del libro per fermarci soprattutto sulla parte clinica partendo dal menarca per arrivare al climaterio. In mezzo il timore della deflorazione, la frigidità, i disturbi della fecondazione e la sterilità. Inoltre gravidanza, parto allattamento mostrano la complessità dell’avere e allevare un figlio quando la propria storia personale porta dentro conflittualità irrisolte. Il tutto corredato da abbondante e dettagliato materiale clinico che rende il testo molto importante per ogni professionista, ma anche per chi vuole saperne di più, in maniera seria, sul tema. E per me serio è legato all’osservazione del lavoro psichico e scevro di ogni posizione ideologica. Cosa non semplice di fronte alla recrudescenza di un femminismo totalizzante che spara contro il maschilismo, il patriarcato, il genere definito. Tanto che diventa difficile parlare, dialogare ed interloquire in quanto nella lingua italiana manca il neutro e si rischia sempre di irritare l’ideologia femminista spinta. Ne ho avuto a più riprese prova durante la presentazione di questo libro dove mi sono trovata incastrata in posizioni di difesa di un pensiero che non apparendo di parte non veniva accettato. Le interruzioni continue erano la prova di una intolleranza ideologica da cui era ben difficile uscire.

Maternità e Sesso quindi, lo premetto, è un testo importante non tanto per liberare le donne dalle loro oppressioni quanto per capire come il corpo parli attraverso i disturbi della mente. Con questa curiosità va letto e studiato, poi ognuno lo può declinare ideologicamente, se crede.

I sintomi psicosomatici, infatti, continuano a parlarci della fatica che le donne fanno nel portare a termine la liberazione da una catena generazionale che non sempre le emancipa, anzi delle volte proprio oscura lo sviluppo della loro identità.

La “madre cattiva”, così come la definisce Langer, permane nella mente delle figlie e la paura che chi le ha generate possa vendicarsi del loro divenire femmine feconde come lei rende difficili i processi di identificazione. La madre cattiva dunque come una madre divorante che nasce nella mente del bambino per il suo bisogno di poter incorporare il seno nutriente e per il desiderio di distruggerlo attaccandolo con i suoi dentini. Il bambino piccolo proietta la sua fame sulla madre e ha la fantasia che ella lo mangi e lo distrugga da dentro, come se si trattasse di un’azione deliberata da parte sua o come un castigo alla sua voracità. La bambina inoltre deve fare i conti ad un certo punto con il suo innamoramento verso il padre e perciò desidera occupare il posto della madre. Prova quindi delle violente gelosie, la odia e desidera eliminarla. È questa una ragione in più perché la bambina tema la vendetta della madre e la veda cattiva. Certamente l’intensità e la fissazione di queste emozioni è, a mio avviso, collegata alla frustrazione che la madre impone alla figlia. Ma ogni madre è stata prima una figlia ed è quindi la catena intergenerazionale la cinghia di trasmissione delle sofferenze infantili che hanno indotto una fissazione in atteggiamenti immaturi e inadeguati al ruolo di madre.

Dice la Langer: “Ciò che porta la madre a rifiutare il figlio e a frustrarlo spesso crudelmente, proviene sia dall’identificazione inconscia con l’immagine della propria

“madre cattiva”, sia dagli impulsi infantili che a questa immagine sono legati. (pag.99)

Attualmente quindi ad una maggior libertà culturale non corrisponde una liberazione psichica. Alle volte i sintomi che narrano questa storia di identificazioni tra donne della famiglia sono ancora più enigmatici, ma permangono dolorosamente nella vita di molte ragazze, madri e anziane signore.

La repressione sessuale oggi è meno incisiva, ma non è meno intenso il dialogo di ogni giovane donna con il suo corpo.

Gli adolescenti di oggi, se osservati attentamente, ci mostrano come non riescano a portare a termine il processo di individuazione rimanendo fluidi perché incapaci, il più delle volte, di definirsi. L’angoscia della perdita li blocca. Il lutto è evitato con maestria. La paura di entrare dentro al limite della loro identità specifica li rende eternamente porosi. Ed eccoli allora usare il corpo come manifesto per dire chi sono attraverso piercing e tatuaggi, abbigliamenti-divisa e disturbi alimentari a vari livelli. E tanti di questi giovanetti si rifugiano nel mondo virtuale che viene vissuto come meno pericoloso. Il ritiro sociale è ritiro libidico? L’uso della pornografia resa di facile accesso da internet a cosa conduce?

Una storia emblematica

Ermanno è un giovane consumatore incallito di siti porno.
Uomini con uomini, donne con donne, vecchi con giovani, persone con animali, adulti con minorenni, incesti e stupri condiscono la sua immaginazione alimentata dai siti che frequenta.
Quando a diciannove anni ha la sua prima storia seria con Erika si sente incapace di avere standard sessuali all’altezza della sua donna. Inizia quindi un periodo di impotenza da cui ne esce attraverso il proporle una sessualità sempre più condita di azioni scimiottate dai video pornografici. La ragazza si spaventa e lo lascia. Io lo conosco a questo punto. Ermanno devastato dal suo insuccesso è entrato in una crisi depressiva severa. In questi anni ha avuto storie occasionali con ragazze a cui si guarda bene di chiedere prestazioni al limite. Ma tutte finiscono perché diventano noiose. Il suo standard rimane il porno cioè l’eccessivo. In tutto.

Direi perciò che oggi si ritirano impauriti soprattutto i maschi che sono divenuti soggetti dalla violenza richiestiva, immaginata o reale, delle loro coetanee. Le ragazze intanto

cercano accoppiamenti per divertirsi, spesso grazie anche all’alcool e alle droghe che alla fine di una serata le fanno sentire disinibite.

Un frammento di una lunga storia.

Vittoria è una ragazzina abusata dai cinque anni ai, forse, dieci anni o più. Ha una vita sessuale disordinata. Io la prendo in analisi, ormai diciottenne, dopo che ha denunciato l’amico di famiglia che ha approfittato a lungo di lei. Vittoria beve molto nei fine settimana e poi cerca un partner (maschio o femmina non importa) per scaricarsi. È una ragazza molto bella e intelligente dotata di una grande creatività e abilità. Suona diversi strumenti, fa cinema sia come attrice-comparsa che come aiuto regista, compone canzoni, si laurea in psicologia e si occupa di autismo con grande dedizione. Ma la notte è un’altra cosa. La notte è una bimba disorientata che per un po’ di piacere fisico si lascia usare e usa il corpo altrui. La madre è una psichiatra anaffettiva e il padre è un artista in giro per il mondo. Controtransferalmente soffro molto la solitudine di questa bambina che, a modo suo, cerca di sedurmi in tutti i modi possibili affinché diventi una sua amica. Vittoria non riesce a stare dentro al setting. Mi chiama fuori orario. Mi chiede continui spostamenti delle sedute. Vuole stare sul lettino poi vuole tornare sulla poltrona. Vuole una madre da mettere alla prova e usare a suo piacimento per vedere se c’è. Mi scrive mail interminabili. Mi spia nei social e nel mio sito per poi commentare ogni cosa con supponenza. Il lavoro sul limite, sulla regolarità, sul senso del confine che avvicina senza sfondare è lungo e complesso. Ma ora Vittoria sta bene anche se l’amore tarda a svilupparsi. Ma si può amare se non si è stati amati?

E l’amore allora che fine sta facendo? Sarò una romantica, ma io credo che amare sia complementare al fare sesso e mi dispiace quando le mie giovani pazienti vagano indifferentemente tra amplessi lesbici e coiti eterosessuali con partner sempre diversi.
Su questo tema molto ho imparato dal collega e amico Alessandro Taurino che dello sviluppo della sessualità ha fatto il suo ambito di studio specifico lavorando proprio sulla cultura delle differenze nella sessualità. 5

Dice Taurino che l’identità di genere non è fissata dalla biologia, ma che mente e corpo devono trovare la loro sintonia.
Nei più giovani inoltre la pandemia ha in questi ultimi anni interrotto la scoperta dell’altro sesso inducendo molti adolescenti a disinvestire sulla scoperta dell’altro.

Lo sfondo culturale dunque verso quale forma di rapporto tra maschile e femminile ci sta portando?

Langer nel dar avvio al suo testo ci porta una serie di esempi antropologici sul ruolo femminile, maschile e procreativo. Questo, credo, per sottolineare che l’interpretazione della funzione femminile è parte integrante di una visione culturale.
Penso che a noi spetti vedere cosa significa nel terzo millennio liberato sì sessualmente, ma divenuto sempre più sterile e spesso annoiato eroticamente.

Almeno nell’occidente dove noi viviamo. Nel 2011 ho scritto Mal d’amore6 proprio per sottolineare la decadenza della vita di coppia. E successivamente Fili spezzati7 per analizzare i comportamenti che nascono dalle fantasie della follia a due che si insedia nel rapporto tra maschio e femmina determinando le patologie più incurabili.

Quante coppie diventano indifferenti alla vita sessuale trasformandosi, come dico io, in abili soci dell’azienda famiglia?
Quante madri non lo sono psicologicamente a causa della conflittualità coniugale che nasce dal loro ricercare nel partner un genitore mancato?

Quante morti perinatali si iscrivono a questa lotta interiore?
Quanto la sterilità è una difesa dalla paura di mettersi al posto della madre? Quanto la donna con il suo corpo vive ancora un destino inesorabile?

Langer ci parla dunque di inquietudini, transiti, cambiamenti fisici, trasformazioni che segnano la vita delle donne.
Possiamo perciò ripartire dalle radici di un sapere saldo, come quello espresso da questa Autrice, per comprendere perché essere donne sia ancor oggi così difficile.

Vorremmo che il sapere psicoanalitico fosse accostato e conosciuto da più persone perché in una visione multidisciplinare si potessero affrontare problemi cruciali come quello della violenza sul corpo femminile. Anche quando non ci sono segni evidenti, ma solo segni interiori.

Riprendiamo allora i temi cari a Langer tra sviluppo puberale e senso di sé, vita erotica e piacere sessuale con al centro il compito riproduttivo e l'instaurarsi del primo contatto con il bambino all'interno dei processi intergenerazionali e transgenerazionali.

Per continuare a capire il continente donna, approfondirne i suoi meccanismi evolutivi ed involutivi, articolare le sue origini inconsce, allora, abbiamo bisogno di riattraversare il pensiero di questa pioniera del femminismo, o meglio di questa grande psicoanalista desiderosa di comprendere e valorizzare il femminile. Un pensiero all'avanguardia che ha affermato altresì il diritto della donna a non voler procreare ed essere diversamente creativa e ugualmente felice. Un pensiero precursore quindi del babyfree che oggi a fatica le donne stanno ancora rivendicando.

Certamente non sono molte le novità comportamentali dal tempo in cui Langer ha scritto Maternità e Sesso, ma alcune ulteriori evoluzioni nell'interpretazione del ruolo femminile, e di conseguenza maschile, sicuramente sono avvenute.

Incontriamo pazienti più libere nelle loro scelte professionali e familiari che però vivono un perenne conflitto con la maternità rinunciando a divenire mamme, che diventano usualmente primipare attempate, o che si ritrovano sterili. Le pratiche di fecondazione assistita rendendo possibile ad ogni età la maternità la rendono però anche sempre meno un evento naturale. La scelta di procreare pare difficile e troppo programmata al “momento opportuno”. Dunque molto controllata. Questo poter programmare il concepimento sfocia poi in un’idea di poter costruire il bambino che si desidera. Il rimandare una gravidanza ha dunque aperto un conflitto non solo con la maternità, ma anche nel campo educativo. Allevare un cucciolo d'uomo, educarlo, renderlo adulto sembra sempre di più un'impresa complessa e senza troppe possibilità di successo. Questa paura del fallimento induce le donne a rinunciare a fare figli o ad arrivare al limite del big ben biologico con tutte le ripercussioni sullo sviluppo di una eccessiva centralità nella dedizione verso la prole. L'interpretazione poi del ruolo paterno forse è la più grande rivoluzione che è avvenuta dai tempi in cui Langer scrisse il suo testo su Maternità e sesso creando nuove paure e nuove patologia.

Una vignetta clinica.

Giovanni ha 48 anni è nato a Modena e vive in America, ma ha voluto consultarsi con me che sono italiana e, secondo lui, so cos’è la famiglia così come lui la intende. La sua donna dopo non essere rimasta incinta, né naturalmente né con la

fecondazione assistita portata avanti a Cipro, ora vuole ricorrere alla fecondazione eterologa mettendo nel suo ventre un ovulo di chissà chi e il suo sperma.
La sua compagna è norvegese e la fecondazione eterologa la faranno in Finlandia. Confini geografici ampi, confini identitari fragili, leggi naturali infrante.

Vorrei precisare che quest’uomo fa il ricercatore all’Università e ha una mente abituata a sconfinare nell’impossibile per scoprire l’inedito. Ma questa volta non è disposto ad andare oltre. Eppure sente di non poter deludere la sua compagna che, altrimenti, perderebbe per sempre. Il suo travaglio è dolorosissimo, dilaniante, senza via d’uscita.

La sua possibilità di scelta molto limitata. Se non quella di sparire, morire, finirla lì. E quando il suo sperma nella stanza a luci rosse con i giornaletti porno non esce per finire in provetta ha una crisi convulsiva. Poi però il giorno stesso viene prelevato dalla sua compagna, che è medico, nel bel mezzo di un rapporto sessuale. Viene tempo dopo immesso un embrione nel ventre della sua donna e la crisi in Giovanni si fa acuta, devastante, angosciante.

La domanda terrificante è: “Ma di chi è figlio? Perché dopo aver tanto desiderato un bambino verso questo non provo nulla? Come farò a narrargli la sua storia? Cosa penserà di me e di sua madre che lo ha tenuto in pancia senza che fosse suo?” Interpreto più volte l’impossibilità per lui di accettare questo bambino che ha concepito attraverso un vissuto simile allo stupro. Violenza della medicina, della psicologa filandese che segue la coppia, della madre interna che si è vista negare un secondo figlio dal marito portandola ad odiarlo a tal punto da divorziare e a non parlargli mai più. Non permettendo nemmeno al piccolo Giovanni di parlare con lei del padre.

Violenza di una madre terrificante rivissuta in una partner che piega ai suoi voleri. Mi ritrovo a pensare alle donne vittime di guerra violate nel loro corpo che danno in adozione alla nascita i figli perché non si può amare chi è stato immesso nel proprio ventre con la forza. Ma è la prima volta che incontro un uomo violentato e abusato nel suo corpo perché “costretto” a donare lo sperma. Nuove frontiere della fecondazione, nuove sfide psicoanalitiche per comprendere come vadano le cose tra uomini e donne nel terzo millennio. Mi chiedo ripetutamente come vivrà la sua donna un partner che ora le è accanto solo per dovere e che la odia con tutto se stesso pur, dice lui, non facendoglielo capire. E la sposa in un freddo giorno d’inverno in una squallida stanza di un anonimo municipio americano. L’accompagna poi in “viaggio di nozze” all’Ikea a prendere delle cose utili per il bimbo rimanendo però fuori della porta ad attenderla. Mi ritrovo controtransferalmente a desiderare che il bambino non nasca. Un po’ perché è quello che lui immette in me e un po’ perché penso che quel figlio verrà al mondo con un fardello già molto pesante.

Inevitabilmente quindi il cambiamento dai tempi della prima psicoanalisi in cui Sigmund Freud parlava di invidia del pene come meccanismo fondante la psicologia femminile, insieme ad alcune conseguenze che ne derivavano, è superato. A Freud va però riconosciuto di essere stato il primo ad interessarsi di sessualità femminile. Ai tempi di Freud persino riconoscere che le donne potessero avere un desiderio sessuale, la cui repressione le rendeva isteriche, era rivoluzionario.

Solo successivamente Karen Horney, una psicoanalista femminista, suggerì che non sono le donne a desiderare il pene, quanto sono piuttosto gli uomini ad invidiare l’utero femminile, visto che questo permette di generare dei figli che nascono nel proprio corpo. Ma anche questa visione può essere limitata poiché la maternità non è la realizzazione del femminile. Se la Langer inizialmente afferma che la donna per essere completa deve filiare, successivamente si ricrede e abbandona questa convinzione.

Una piccola nota a margine.

Quest’anno in vacanza sono andata in Namibia. Lì incontro una coppia italiana che si è trasferita nel Continente Africano sette anni fa. Conversiamo amabilmente sotto il rilucente cielo africano scaldati da un fuoco vivace attorno al quale stiamo seduti. Dopo una lunga anoressia la donna non poteva avere figli. Lei e il marito sono ricorsi alla fecondazione eterologa. La sua pancia poi ha portato in grembo un primo e secondo embrione dando alla luce due splendidi maschietti. Ma nel Centro al quale si erano rivolti giace un terzo embrione congelato. Per Irene un terzo bambino che aspetta la sua pancia per nascere, per Samuele un terzo embrione da lasciar andare perché la vita da emigrati è sempre dura. Quando chiedo se i loro genitori non potrebbero aiutarli venendo per un periodo a stare con loro entrambi mi parlano della decisione di partire dovuta proprio ai cattivi rapporti con le due famiglie d’origine. Non indago ulteriormente. Ma capisco che la coppia è sull’orlo di una crisi proprio perché la posizione di Irene è quella di vedere nell’ammasso di cellule un suo bimbo e Samuele invece vede solo la preoccupazione di un ulteriore figlio da mantenere, l’ansia per una moglie fragile con tre bimbi in un Paese straniero, il timore di non veder aggiornato il suo permesso di soggiorno e non riuscire a capire quale destino li aspetti. Irene intanto sta avvicinandosi a una grave depressione. Sta andando da una psicologa a Windhoek che le dà ragione perché è chiaramente schierata su posizioni femministe. “L’utero è mio e lo gestisco io”, pare vigere come linea di condotta. Io intanto sento, con dolore, quanto sia terribile il conflitto dentro a questa giovane donna. Sentirsi una madre rifiutante la fa stare malissimo. Li lascio mentre Samuele ha ceduto e, pur contro la sua volontà, nascerà anche il terzo embrione fecondato. Salutandomi Samuele mi dirà: “Non so se riuscirò a voler bene a questo figlio, io non lo volevo”.

Langer guarda al vissuto invisibile che segna la dimensione psicosomatica della donna nella interrelazione tra le femmine di ogni gruppo familiare, ma anche nella percezione che il maschio ha di lei.
Quanto la relazione primaria tra madre e figlio segni questa difficoltà nel custodire le relazioni rappresenta però una domanda tutt'ora aperta.

Brevi vignette cliniche.

Carla, una collega di 35 anni, entra in menopausa precoce. Non potrà quindi avere figli. Eppure lei si comporta come se potesse sempre accadere. Osserva ogni mese con dolore la mestruazione e quando essa scompare sviluppa un delirio di gravidanza compresa la crescita della pancia che mi costerà fatica far svanire poiché Carla non vuole rinunciare a quel figlio immaginario quanto reale nella sua mente.

Antonella 29 anni non riesce a rimanere incinta. Quando viene da me mi parla con entusiasmo del rapporto speciale che ha con la mamma con cui mi pare fare coppia fissa mentre il marito fa da chaperon ad entrambe. È orfana di padre da alcuni anni e la sua venerazione per questo papà è talmente potente che è ancora turbata nel ricordare il letto di morte dove si è stesa accanto a lui e tutto quel che è poi conseguito nel suo drammatico lutto. La troviamo a vagare ore ed ore per le calli di Venezia in piena notte preda di angosce infinite.

Passerà molto tempo prima che Antonella riconosca la dipendenza dalla madre e l’odio che questa dipendenza le crea. E la donna che le è mamma da perfetta amica diventa nemica acerrima. Passerà ancora tempo prima che smettendo di andare a

mangiare dalla madre tutti i giorni, comperando i vestiti che le indicava la madre, portandola sempre con sé nei fine settimana e infine scegliendo una abitazione a un chilometro di distanza anziché al piano superiore del domicilio materno Antonella possa permettersi di vivere in maniera più autonoma. Ed è mesi dopo il trasloco che rimane finalmente incinta.

Raffaella mi racconta la sua storia adottiva. Un lungo calvario finito dopo nove anni dal momento in cui era iniziato. Tra le sue braccia finalmente un piccino bellissimo. Ma ora è incinta e non sa se tenere questo bimbo tanto desiderato, ma ora inopportuno. Teme di farlo meno bello del primo. Teme che sia disabile. Teme di non riuscire ad amarlo come il primogenito. La sua paura di accettare il figlio biologico è uno spostamento della paura che la madre la critichi per questa gravidanza, ovviamente non attesa, ma nella quale il permesso istituzionale di divenire madre ha sbloccato il divieto a procreare.

L’asse intergenerazionale è chiaro. Le vie che la mente prende sono il fascino del nostro lavoro.

Dobbiamo tornare a capire il corpo a partire dallo sviluppo della mente.
Il corpo allora parla, come dice Marie Langer usando lo schema analitico, permettendoci di esprimere le paure di procreare e l'angoscia di cambiare ruolo passando da figlia e moglie a quello di madre. È questo un ostacolo emotivo che talvolta le donne non riescono proprio a superare e la sterilità psicologica è divenuta il male del terzo millennio: un'impossibilità di generare perché il corpo si oppone al desiderio manifesto di avere un bambino. Ne è nata una vera e propria industria del concepimento. La medicina ha cercato di forzare questo blocco. Ma non tenendo conto della vita psichica ha visto fallire il suo progetto di manipolare il concepimento in provetta. E se anche è riuscita nella fecondazione il corpo ha poi rigettato quanto la mente non poteva tollerare. Gli aborti da fecondazione assistita sono una delle violenze più importanti che le donne stanno subendo da anni, depresse da viaggi della speranza e da rientri dolorosi senza nessun pargolo in grembo. Ma anche quando non sono andate così lontane, i centri per la fecondazione assistita le hanno viste massacrate da potenti dosi di ormoni che hanno però lasciato troppe volte vuoto il loro utero.
Non possiamo, quindi, non tornare ad indagare il senso profondo di questo non poter procreare e Marie Langer ci accompagna in visioni che vanno oltre la superficie, all'interno dei delicati quanto preziosi meccanismi psichici che contraddistinguono l'identità femminile che lega ogni figlia alla propria madre. Langer lo fa con molti esempi che ci fanno accomodare nella stanza d'analisi per osservare come, quando la mente può costruire nuovi pensieri, il corpo può smettere quel discorso implicito che fa con la gamma dei sintomi che narrano di dolore, paura, rabbia, competizione, svalutazione.
Non sempre è facile abitare il proprio mondo interiore. Anzi alle volte è proprio contraddittorio.

Oggi quindi osserviamo da vicino come molti dei sintomi portati in seduta dalle donne abbisognino anche di uno sguardo antropologico che sappiamo essere lo sfondo sul quale il discorso del corpo va attingendo. Guardiamo quindi al contesto culturale prendendo atto dei cambiamenti del gruppo familiare dentro ai quali la donna sta vivendo e patendo le sue trasformazioni che, se non comprese, analizzate, tradotte in un discorso con un suo senso, diventano sofferenza psichica soggettiva, ma anche che si riversa nelle nuove generazioni.

Dice Langer aprendo il suo libro: “Questo è un libro in più sulla donna. Uno tra i tanti”: vorrei ribadire che è un libro unico e cruciale per comprendere il mondo femminile e con esso il contesto del familiare.

Caso

Lara, una madre frammentata

Lara arriva nel mio studio inviata da un medico nutrizionista. Il suo corpo infatti è obeso e la sua vera forma si nasconde dentro ad un notevole spessore di grasso. Il viso di questa donna è molto bello e la sua chioma fluente è davvero avvincente in quanto rossa fuoco e lunga oltre il bacino. “Abbaglia, ma è invisibile” penso mentre si siede composta e sorridente nella poltroncina che le indico.

Lara mi racconta delle difficoltà con la figlia Vera con cui sia lei che il marito sono ultimamente venuti alle mani picchiandosi violentemente. Vorrebbe suggerimenti da me per rendere docile la figlia ribelle che la provoca in continuazione, tiene la casa in disordine, risponde in malo modo e soprattutto passa oziosamente le sue giornate.

Penso: “Di quale casa parla la paziente?” ma lascio da parte l’intuizione che siamo in una una casa interiore disordinata, saccheggiata, rovinata. Sporca. Una casa che produce odio non mitigato dall’amore. E aspetto.

Lara racconta: “Vera ha 20 anni ed è gemella di Cecilia, figlia che è già da tempo uscita di casa preferendo vivere nella famiglia del fidanzato. Ma con lei va tutto bene. Vera invece si inalbera per ogni mia richiesta, è stata promossa al liceo grazie ai lockdawn della pandemia, ma non studia e ha già cambiato due volte l’Università. Ora vuole fare un corso per stilista di moda”. Poi si ferma e sentenzia che non ha altro da dire. Si rannicchia su se stessa e sembra una massa informe ed ingombrante bloccata nella poltroncina su cui è accomodata.

Durante il colloquio quindi le chiedo di dirmi qualcosa di più sulla storia di queste figlie che mi pare l’abbiano fatta sentire respinta.
La donna scoppia in lacrime.
E asciugandosele con veemenza mi dice: “Vede piango, ma non voglio piangere, mi scusi”.

Mi chiedo cosa ci sia di così indicibile in questa storia da farla così tanto soffrire e da farle reprimere così tanto dolore. Ma taccio e aspetto poiché capisco che è un terreno minato.
Lara si riprende e torna a chiedermi consigli su cosa fare visto che Vera, dopo l’ultimo episodio di violenza familiare, è andata ad abitare con la nonna materna. Lara beffarda afferma: “E mia madre si accorgerà cosa vuol dire occuparsi ed avere in casa Vera!”. Aggiunge di seguito: “Mia madre è sempre critica verso di me e semina zizzania dando ragione a Vera o riferendo a mia figlia quello che le confido”. Intuisco che tra Lara e sua madre vi siano tanti conti in sospeso, ma sospendo anche la mia voglia di saperne di più.

Concordo altri due colloqui per condividere se si potrà iniziare un percorso terapeutico. Dovrò lavorare sulla domanda iniziale poiché Lara pensa che sia Vera la pazza e più volte ha insistito con la figlia affinché accettasse gli appuntamenti che lei stessa le prendeva per consultare uno psichiatra. Sento che la strada che devo iniziare a percorrere è complessa poiché i sintomi del grasso in eccesso che copre

tutto e la violenza intrafamiliare vengono visti dalla paziente come cose a cui rimediare con diete e regole da me suggerite.
Mi domando sarà possibile un percorso che la porti ad analizzare se stessa? Come ormai succede spesso mi predispongo a far trasformare la domanda e so che non è oggi così a breve termine far passare il paziente da una predisposizione che chiamo da “supermercato della psicologia” a una disponibilità analitica.

Mentre mi congedo mi chiedo quindi se sarà possibile passare dal trattare i sintomi all’appassionarla a capire cosa le sia successo nella vita.

Lara ritorna puntuale e la scena in cui piange, si scusa e reprime le lacrime ogni qualvolta entra in scena il suo non essere voluta si svolgerà quasi ad ogni incontro finché si porterà nella borsa dei fazzoletti e diventerà almeno autonoma dai miei più e più volte venuti in soccorso di moccoli e lacrime che la inondavano rompendo dighe immaginarie. Lei inizialmente infatti ogni volta dice che non pensava di piangere, ma poi accetta che con me si piange pur stupendosi ogniqualvolta succede. La fuoriuscita delle sue lacrime è accompagnata da “Non mi succedeva da non so quanto tempo”, “Chissà cosa pensa di me che scoppio in lacrime senza un motivo”, “Io oggi proprio non voglio piangere”. Per ora l’accompagno a sentire che in seduta si può fare anche se ormai penso che questa bambina non può comunicare il suo dolore perché crede che nessuno lo possa accogliere.

Il conflitto tra reprimere e trattare il sintomo e liberare il suo malessere per sentirsi compresa è quindi ancora aperto anche se meno violentemente.

Sono ormai cinque mesi che la vedo con sedute settimanali.

Lara viene da me e, piano piano, inizia a raccontarmi le sue gravidanze.
Quella dalla quale è nata Vera, frutto di una fecondazione medicalmente assistita. Una omologa dopo vari tentativi finiti in nulla di fatto e quella di un aborto a quattro mesi di gestazione avvenuto dopo un concepimento spontaneo che ha preceduto la procreazione medicalmente assistita.
I bambini morti quindi occupano la scena emotiva che inizia a crearsi tra di noi.
I bambini tanto voluti al punto da sentirsi un fallimento per le gravidanze non portate a termine o le espulsione degli embrioni impiantati.
La morte domina la vita mentale di questa donna, ma ancora non so perché. Mi chiedo: “Chi sono quei bambini morti?” “Qual è la parte bambina morta in lei stessa?” “Riuscirò a parlarle dei suoi lutti interiori mai portati a termine?”

Intanto Lara racconta come lei, che tanto aveva paura degli aghi, era divenuta avvezza a piantarseli nella pancia, rappresentando così, a più riprese, la violenza che Lara ha vissuto sul suo corpo. E poi parla a lungo di quel sangue mestruale che scende sporcando le mutande e decretando i suoi fallimenti. Una pancia che rimane vuota. Un interno che uccide i suoi figli. Figli della mente che non l’hanno resa madre con un bimbo tra le braccia.

“Nessuno mi ha mai voluta” è l’affermazione che apre la strada alla ricostruzione della sua storia personale.
Rimasta orfana di padre a cinque anni viene scaricata ai nonni che non la vorrebbero e la trattano come l’invisibile, l’ospite indesiderata, la reietta. Sua sorella invece andrà da dei prozii ricchi e generosi che poi l’affilieranno lasciandole una ricca eredità.

La madre, all’epoca ventinovenne, dopo la morte improvvisa del coniuge, entra in una depressione importante e non vuole avere le figlie tra i piedi.

Lara ricorda che nella casa dei nonni paterni aspettava silenziosamente la mamma pregando davanti alla foto del padre. Ritorna su come ogni giorno s’immaginasse una madre che l’abbracciava con affetto e invece era sempre sola. Singhiozzando rammenta come inizialmente piangesse di nascosto giorno e notte per poi divenire, sotto la minaccia dei nonni di metterla in collegio in quanto piagnucolosa, una bimba con gli occhi asciutti. Quindi tutto fu dimenticato e chiuso dentro di lei. Quando la madre, dopo circa due anni, andò a riprenderla lei nemmeno se la ricordava.

Lara a sette anni rientra a casa poiché la madre si risposa con un uomo che ha scelto perché può esserle padre. La sorella non vorrà invece rientrare mai più e farà solo veloci soggiorni in famiglia.
Lara odia questo nuovo marito della madre perché, come gli urla più volte, contro: “Non sei mio padre e non puoi comandarmi”. Lei lo chiama il secondo padre un po’ parafrasando il dire secondo marito da parte della mamma.

Un uomo semplice e di vecchi principi, ma che per la verità Lara, divenuta adulta, scoprirà essere stato l’unico essere umano a occuparsi in un qualche modo di lei. L’educazione da lui impartita è infatti molto rigida.
La madre nel frattempo rimane assente. Lavora in fabbrica. Esce con le amiche. Si cura del suo aspetto.

La ritroviamo durante l’adolescenza di Lara come una madre amica che racconta alla giovanissima figlia delle sue avventure con i suoi plurimi amanti. Chiede alla ragazza complicità, connivenza, copertura. La figlia si sente lusingata di essere messa da parte di tanti segreti. Mi dice: “Mia madre affascinava tutti i miei amici per il suo spirito libero e giovanile”. E quando io le dirò: “Ma allora è stata orfana anche di madre visto che sua mamma non le ha fatto mai da mamma, ma da amica” scoppierà in un pianto convulso affermando: “Non ci avevo mai pensato, ma è così!”.

Mi racconta allora come alla nascita delle gemelle, che pesavano pochi etti ciascuna, lei sia dovuta rimanere in ospedale per mesi e che né il marito né la madre siano mai andati a trovarla anche se la clinica era solo a mezz’ora di strada dal paese dove abitavano. Lei ogni tanto rientrava a casa per qualche mezza giornata, ma niente di più. Fatico ad immaginare come sia stata Lara in quei mesi vissuti da sola con due bimbe che potevano morire da un momento all’altro, con la paura di perdere il frutto di tanta sofferenza fisica, con il timore di fallire di nuovo e ritrovarsi con le braccia vuote. Il suo pensiero articola a fatica dei ricordi se non legati al terrore che morissero. Paura della perdita rinnovata e dell’abbandono rivissuto mescolata alla paura che rimassero fisicamente handiccapate. Nessuno a rassicurarla. Nessuno a tenerle la mano. Nessuna gioia attorno a lei. Il marito si giustifica con il lavoro pressante e con la paura di affezionarsi a due esserini che poi avrebbero potuto sparire dalle loro vite. La madre declinerà ogni tentativo di Lara di coinvolgerla. La malattia del secondo padre che di lì a poco morirà sarà la scusa maggiormente adottata. Una filiazione dunque senza testimoni di due “mostriciattoli” che non davano alcuna soddisfazione. Solo qualche puericultrice del nido le dirà qualche parola di conforto e di speranza.

“Padri amati e odiati perché le portano via la madre” sarà una delle interpretazioni che introdurranno il tema del maschile.

Intanto le bimbe sopravvivono e Lara rientra a casa con integra tutta l’apprensione su come cresceranno. Difficile farle dormire. Complicatissimo alimentarle. Snervante aspettare e vedere se acquisiranno le normali competenze. Una tata di supporto pratico, ma nessun sostegno morale.

I sogni dove le bimbe muoiono si alternano quasi ogni notte nei brevi frammenti di sonno. Uno in particolare le è rimasto impresso.
Era come se le figlie fossero Alfredino Rampi, il bambino di Vermicino sparito nel buco della terra nel 1981. E le figlie precipitavano in quel buco mentre lei cercava di riprenderle senza riuscirvi. Arrivava, come fu realmente per Alfredino, il Presidente della Repubblica che le diceva che, non essendo lei cittadina italiana, non la potevano aiutare. Tenterò poi un accenno ai padri che non ti aiutano, che non ti riconoscono, che non ti soccorrono. Ma Lara racconta precipitosamente di quanto era disperata e immediatamente continuerà il discorso, in una associazione libera di come la madre non darà mai nessuna disponibilità ad accudire le bimbe. “D’altra parte -dirà Lara- non si è occupata nemmeno dei suoi figli. Tre alla fine poiché dal secondo marito ha avuto un maschio che però non la vuole nemmeno più vedere”. Lei è l’unica che tutt’ora si occupa di sua madre, la porta a spasso, la segue sul piano sanitario, le telefono regolarmente. Dico io “Cercando quella madre che mai ha avuto”. Ma Lara per ora non ci sta ad analizzare il suo conflitto con la mamma e con il suo essere mamma. Rischio di diventare la madre cattiva che le si impone e quindi sento che devo attendere fiduciosamente che lei si senta pronta.

È infatti il suo corpo che parla del suo conflitto con la madre deformandosi, respingendo ogni identificazione attraverso l’espulsione dei feti, non tenendo dentro per il tempo necessario gli embrioni impiantati.
Osservo a volte davvero emozionata come ascolti le mie parole con grande attenzione per poi espellerle con una velocità che mi lascia senza pensiero. Come se le mie parole non potesse farle dimorare dentro di lei. Le prime volte rimango spiazzata da tale rigetto, ma poi poco a poco capisco e condivido la fatica del tenere dentro un discorso di cui ha paura. È così che nel nostro conversare analitico compare la figura narrativa dell’aspirapolvere. Mi spiego. L’aspirapolvere fu il povero e deludente regalo di nozze della madre. Ma può prestarsi a rappresentare anche lo strumento con cui si portano a termine i raschiamenti uterini. Inoltre ben si presta a rammentare le pulizie di casa che sono il motivo del contendere con Vera. Così le mie parole risucchiate da un “folletto” potente animano le nostre conversazioni e punteggiano il nostro dialetto analitico.

Intanto la mamma, pur oggi anziana, rimane una bellissima donna curata e indipendente quanto tutt’ora critica verso la figlia che, a suo dire, non fa mia abbastanza e nulla di giusto.
Lara parla a lungo del suo conflitto relazionale con la figlia che a tratti diviene la madre egoista che lei cerca di combattere come una bimbetta spaventata che alza le mani, urla e implora aiuto.

Lara è dunque una madre/figlia che si sente disconosciuta e che vorrebbe da me suggerimenti pratici per essere ascoltata. Resistere alla pressione che mi fa, alle volte, è davvero complesso, ma la mente analitica trova quasi sempre un pertugio per dirle che mi sta trattando come lei si è sentita trattata. Figlia che deve obbedire e fare, fare e fare tutto quel che le si chiede.

Ma non cedo perché ci sono altre vie per stare insieme ora con me poi con sua figlia e probabilmente ricollocare questa madre pretenziosa che da piccina le ha spezzato il cuore.

Lara finalmente adesso parla della sua solitudine.
Quella di una figlia ribelle senza guida che si mette con un uomo sposato molto più anziano di lei convivendo per anni in questo triangolo doloroso dentro al quale entra ed esce. Provo a segnalarle questa ricerca di un padre soprattutto quando mi parla dell’amante avuto per anni che era un papà devoto. Uomo che, quando il marito

scoprirà la tresca, uscirà in un lampo dalla sua vita. Nuovo abbandono ed inizio delle abbuffate incontenibili per riempire vuoti incolmabili.
Lara per ora preferisce tornare a parlarmi del suo vuoto nella pancia che non s’ingravidava. Mi racconta delle sue gestazione immaginarie che la portavano ossessivamente a fare test di gravidanza che ragionevolmente erano sicuramente negativi. Mi mette a parte delle sue fantasie su una bambina rossiccia e paffuta da tenere tra le braccia che mai le era stata concesso realizzare e che ancora sognava sia di giorno che di notte. Mi dice che le figlie sono state la ragione della sua vita, ma anche che le erano estranee in quanto venute da chissà dove. È su questa affermazione che proviamo a condividere l’ansia della fecondazione avvenuta in provetta e dell’embrione o meglio degli embrioni impiantati nel suo utero. La trama di queste fantasie è complessa e nella terapia appare a frammenti che via via condivido e ricompongo in un’unica narrazione. Come se la frammentazione, il diniego, la scissione riparassero un pensiero profondo di non appartenenza. Sensazione dovuta alla sua storia di figlia senza genitori presenti, ma anche di madre con un feto venuto da fuori, cioè da chissà dove. “E se si fossero sbagliati? Se non fossero mie figlie biologicamente?” è la domanda appena sussurata che ci permette di condividere la mancata maternità psichica. Un ciclone di emozioni sovrasta queste parole. La paura di non voler bene alle sue bambine, di averle danneggiate, di aver sbagliato tutto con Vera.

Lara ritorna ripetutamente dentro alla sua immagine di estraneità quando vide per la prima volta quei due “micini randagi”, “quelle creature trasparenti” “quei corpicini trafitti da aghi”. Ritorna inoltre sulla paura di perderle che aveva connotato tutta la gravidanza. Infine ammette la difficoltà a sentirle come carne della sua carne. Piuttosto si sentiva come una pancia surrogata che le aveva fatte crescere al suo interno. E tra sensi di colpa e copertura degli stessi albergava l’invidia verso la madre che aveva messo al mondo, senza alcuna fatica, tre figli per poi non occuparsene. Lei quindi se ne sarebbe presa cura. E così fece seppellendo dentro di lei ogni pensiero di estraneità. Dedicandosi completamente alle sue bimbe. Ma l’adolescenza portò con sé un terremoto emotivo. Loro volevano staccarsi quando lei non si sentiva ancora divenuta madre. Loro volevano autonomia e lei la sentiva come un abbandono. Nemmeno l’amante, collega capoufficio, riusciva a colmare quel vuoto. Il marito scoperto il tradimento viveva la sua vita senza nulla condividere con lei. O forse mai aveva condiviso nulla. Una delle immagini più dure per Lara è quella della casa dove andò a convivere con lui. Una casa piena delle cose della ex moglie di lui. Armadi con vestiti. Scatole di borsette. Scarpiere con calzature di tutti i tipi. Libri sulla floricultura, passione della ex del suo uomo.

Torna l’assenza di un pensiero sullo spazio che manca alla bambina orfana per piangere il papà, per rimpiangere una mamma, per accettare la lontananza dalla sorella, per comprendere un fratellastro arrabbiato e violento.
Lara mi lascia per la pausa estiva sentendosi ancora una volta sola, sempre più sola. Ma stavolta quel sentimento sofferente, anche perché anch’io sarò a lungo assente, possiamo condividerlo, parlarne, comprenderlo. Mentre esce dopo l’ultima seduta di luglio mi dice: “Non so se torno a settembre”. Insomma mi butta addosso tutta la difesa dall’abbandono abbandonandomi o facendomelo temere. Capisco la sua rabbia e faccio un tenero sorriso stringendole la mano.

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.